Territori in bilico
DOI: 10.1401/9788815374240/c6
Riprendendo un tema già visto nel
capitolo precedente, quello del consumo di suolo, ma prendendo in considerazione la sua
variazione media negli ultimi anni (allargando lo sguardo al di là del biennio passato)
si può evidenziare come siano le zone centrali, quelle che afferiscono in sintesi
all’area metropolitana milanese, a registrare i valori più elevati di quota di
territorio consumato rispetto alla superficie amministrativa (con valori che si
collocano tra il 43 e il 71% nell’area del core e nei comuni più
importanti). Le aree studio analizzate all’interno di questa ricerca si collocano in
posizioni differenti anche in virtù della propria collocazione rispetto alle aree di
espansione dell’urbanizzato che si diramano dal core dell’area metropolitana e dalle
agglomerazioni costituite dai centri e sub-poli principali.
¶{p. 101}In
questo senso il Nord Milano è pienamente inserito nella porzione di territorio ad alta
quota di suolo consumato (dal 58 al 68%), mentre più variegata la situazione nell’Alto
Milanese, dove convivono aree ad alta, medio-alta, medio-bassa e bassa proporzione di
suolo consumato.
Il Vigevanese si pone come il
contesto più virtuoso da questo punto di vista, registrando valori che si collocano
nella classe più bassa del range regionale (dal 5 al 17% di
superficie comunale consumata). È interessante notare come il tasso di variazione medio
del grado di consumo di suolo si sia mantenuto negli anni dal 2012 al 2020 relativamente
costante e contenuto, con solo pochi comuni che, nella regione, hanno visto incrementare
il suolo consumato di più dell’1% negli ultimi 8 anni.
Tuttavia un ruolo cruciale per il
contrasto al consumo di suolo sta nel recupero delle aree dismesse (fig. 6.2), tema da
tempo al centro del dibattito locale e non solo, che costellano l’intero territorio
regionale. La loro collocazione varia chiaramente a seconda della storia passata e
recente dei diversi territori considerati, in termini anche di consistenza del
patrimonio disponibile, nonché della capacità dei territori stessi e dei loro attori di
attivare i processi necessari a rigenerare queste aree. Il Nord Milano presenta i comuni
con la maggiore consistenza di aree dismesse rispetto alla dimensione del comune stesso,
sebbene le aree dismesse siano concentrate nelle Municipalità di Sesto San Giovanni
(dove queste superano il 10%, rappresentando da sole il 4% del totale delle aree
dismesse della regione) e di Paderno Dugnano (superiore al 3%). Per questo motivo, la
rigenerazione urbana e la conversione funzionale delle aree dismesse hanno rappresentato
due pilastri delle agende di sviluppo del territorio dagli anni Novanta a oggi, come
dichiarato da una nostra intervistata:
Io credo che il Nord Milano abbia da giocare la grossa carta della rigenerazione urbana, che è quello su cui stanno tutti puntando: a) come esito dei bandi di finanziamento che stanno uscendo sia da regione che dal governo (e che usciranno); b) perché il Nord Milano ha una valanga di dismesso a cominciare dalle aree ¶{p. 102}Falck. Se questa cosa della Città della Salute dovesse sbloccarsi in qualche modo, credo sarà una carta importante (Int. 42).
Tuttavia è tra le aree del Nord
Milano e dell’Alto Milanese che si concentrano i comuni con la superficie dismessa più
importante rispetto al territorio del comune, dunque nella zona del Nord Ovest. Qui
infatti si trovano Garbagnate Milanese (16% di superficie coperta da aree dismesse) e
Arese (25%), seguiti da Lainate col 12% e Rho (6%).
Si tratta solitamente di comuni
medio-piccoli, dalle dimensioni non trascurabili ma probabilmente non sufficienti a
rendere possibile un’azione individuale capace di porre mano alle necessità di
rigenerazione di tali contesti, per cui si rendono necessarie forme di cooperazione o di
gestione che vadano oltre il confine locale.¶{p. 103}
La fase critica della gestione della dismissione industriale negli anni Novanta è stata superata con successo anche grazie a un’esperienza di partenariato, l’Agenzia di Sviluppo Nord Milano, che ha gestito la rigenerazione delle aree Breda e ha impostato la riconversione delle aree Falck. L’Agenzia aveva un forte indirizzo e una forte regia pubblica. C’erano anche grandi finanziamenti europei e lo spirito era quello del partenariato pubblico-privato. Quella fase è stata decisiva per dare una svolta necessaria in un periodo di crisi. In questo momento, a parte le aree Falck, non abbiamo operazioni di portata così rilevante. In linea generale, però, il partenariato pubblico-privato rimane decisivo (Int. 7).
Diversa è la situazione delle aree
più periferiche del contesto metropolitano come il Vigevanese, dove anche in virtù della
storia produttiva passata sono assenti grandi superfici da rigenerare, rendendo meno
rilevante la leva fondiaria per la ripresa economica del territorio.
Conclusioni
Seppur seguendo traiettorie di
sviluppo differenti, oggi questi territori in bilico sembrano essere alla ricerca di una
nuova vocazione produttiva che permetterebbe loro di riposizionarsi all’interno
dell’area metropolitana milanese. Come si è cercato di descrivere brevemente in questo
capitolo, lo sviluppo dell’area metropolitana è stato storicamente monocentrico. In
particolare, le trasformazioni socio-economiche post-industriali hanno avuto degli esiti
differenti in base alla velocità di transizione dal modello manifatturiero al modello
terziario, alla prossimità al cuore del territorio metropolitano (Milano), alla capacità
di inserirsi nelle reti verticali e di godere delle forme di finanziamento comunitarie.
Come visto, un altro fattore rilevante è la coesione sociale e la capacità degli attori
e delle reti locali di costruire strategie collettive di sviluppo locale equo e
sostenibile che, facendo leva sulle sinergie possibili, possono rendere il territorio
capace di resilienza. Inoltre, un interrogativo aperto è la capacità di tali strategie
di abilitare forme di sviluppo per la promozione di politiche volte a
¶{p. 104}una maggiore sostenibilità dei territori in bilico, in grado,
cioè, di contenere l’aumento della vulnerabilità sociale e materiale, ma anche la
significativa pressione antropica e la perdita di risorse ambientali (consumo di suolo).
Dall’intersezione di queste dimensioni emerge un quadro complesso che permette di
cogliere quelli che possono essere i diversi percorsi di evoluzione dei contesti
geograficamente, e in parte funzionalmente, secondari dell’area metropolitana. I
capitoli che seguono permetteranno di approfondirne la natura e le dinamiche a partire
proprio dai territori in bilico considerati.
Note